Il Sutra del Loto e le Quattro Nobili Verità —Praticare la Verità della causa
di Dominick Scarangello
Consulente Internazionale della Rissho Kosei-kai
La volta scorsa abbiamo visto come, prestando consapevolmente attenzione alla mente e al corpo, possiamo mettere in pratica la Nobile Verità della sofferenza, riconoscendo i momenti in cui siamo afflitti dalla distanza tra i nostri desideri e la realtà. Se riusciamo a riconoscere sinceramente la nostra sofferenza e ad ammettere che ci troviamo di fronte a un problema, abbiamo già superato un grande ostacolo. Ma non possiamo fermarci qui. Il Buddha insegna che, se desideriamo fare qualcosa riguardo alla nostra sofferenza, il passo successivo consiste nell’indagarne le cause.
Alcune spiegazioni buddiste affermano che la causa fondamentale della sofferenza sia il desiderio, mentre altre sostengono che essa derivi dall’ignoranza riguardo alla vera natura delle cose. Le due spiegazioni, tuttavia, non si escludono a vicenda. L’ignoranza è la nostra visione illusoria dell’io, un egocentrismo profondamente radicato. Non è soltanto un modo di pensare: finisce per imprimersi nel modo stesso in cui percepiamo il mondo. A sua volta, questo egocentrismo genera un forte desiderio, quasi una pretesa, che la realtà corrisponda ai nostri desideri. Di conseguenza, agiamo nel mondo in modo egocentrico, cercando di costringere le cose a essere come vorremmo, e così procuriamo sofferenza a noi stessi e alle persone che ci circondano.
Consideriamo un semplice esempio tratto da un’esperienza che ho vissuto quando avevo una ventina d’anni. Sto andando a un appuntamento importante quando rimango bloccato nel traffico. Man mano che cresce la frustrazione, ogni automobilista intorno a me comincia ad apparirmi come un ostacolo che si frappone tra me e il luogo dove devo arrivare. Quando un’auto mi taglia la strada, suono il clacson, gesticolo con rabbia e urlo contro l’altro conducente. L’altro reagisce allo stesso modo e quello che era iniziato come un normale rallentamento del traffico si trasforma rapidamente in un acceso litigio. Momenti del genere possono farci sentire come se vivessimo nel mondo dell’inferno.

Qual è stata la causa di questo episodio di sofferenza? Possiamo certamente dire che, se non avessi urlato con rabbia contro l’altro automobilista e non avessi fatto gesti aggressivi, quello scontro non sarebbe avvenuto. Potremmo quindi concludere che le mie azioni siano state la causa immediata del conflitto.
Ma proviamo ad andare più a fondo. Perché mi sono comportato in quel modo? Se non comprendo veramente il perché, potrei essere destinato a ripetere simili esplosioni di rabbia e a subirne ancora una volta le dolorose conseguenze.
Quando accadde quell’episodio ero teso come una molla, carico di un’energia negativa accumulata che non aspettava altro che esplodere. Ma perché avevo accumulato dentro di me una simile energia? Dipendeva dalle condizioni, cioè dal fatto che stavo facendo tardi al mio appuntamento? Molte persone probabilmente lo penserebbero. Ma senza dubbio, nello stesso traffico intenso, c’erano altri automobilisti diretti ad appuntamenti altrettanto importanti che rimanevano calmi e tranquilli. La situazione, cioè le condizioni esterne, non poteva quindi costituire da sola la causa principale. Bisogna scavare ancora più a fondo.
Come abbiamo imparato studiando i Dieci Così della Realtà, la nostra potenzialità, o predisposizione, a compiere determinate azioni dipende dalla natura della nostra mente. Com’era la mia mente in quel momento? Bruciava di rabbia, una rabbia nata dall’incapacità di accettare il fatto che sarei arrivato tardi all’appuntamento. Mi trovavo in una situazione che potevo modificare ben poco, e questo mi metteva direttamente di fronte alla mia impotenza nel controllarla.
Possiamo quindi affermare che la causa fosse la natura collerica della mia mente.

Tuttavia, potrebbe essere necessario togliere ancora un altro strato, perché il mio stato mentale era stato plasmato dalle esperienze precedenti. Il «così è la natura» della nostra mente riflette l’influenza duratura delle azioni passate, ovvero il «così è la ricompensa» delle esperienze precedenti. Il «così è la ricompensa» condiziona la natura della nostra mente. Devo quindi domandarmi se sono incline ad avere una mente dominata dalla rabbia. E, se è così, perché?
Nel mio caso, da bambino ero cronicamente in ritardo e spesso non rispettavo le scadenze. Questo mi procurava severi rimproveri e, sia a casa sia a scuola, veniva attribuita alla puntualità un’importanza tale che per me arrivò quasi a diventare traumatica. Una parte della mia reazione emotiva all’ingorgo potrebbe quindi essere nata dal desiderio di evitare di rivivere le dolorose conseguenze che, in passato, avevo sperimentato quando non riuscivo a essere puntuale.
Non c’è nulla di sbagliato in un desiderio del genere. Il mio nasceva da una naturale compassione verso me stesso. Ma quel desiderio si era deformato trasformandosi in sentimenti non salutari di paura e rabbia, che in seguito si erano manifestati nelle mie azioni mentre cercavo di costringere la realtà a essere come volevo che fosse.
Mettere in pratica la Verità della causa non è sempre facile. Può richiedere tempo, un’onesta introspezione e la capacità di aprire il cuore, osservando con maggiore obiettività i nostri pensieri e sentimenti anche attraverso la condivisione con i membri del Sangha. Se vogliamo individuare un percorso di pratica capace di condurci oltre la sofferenza, dobbiamo riuscire ad arrivare al cuore del problema. La prossima volta resteremo su questo stesso esempio e vedremo come possiamo mettere in pratica la «Verità del sentiero» che conduce all’estinzione della sofferenza.
Cronache dal Sangha

Rev. Hiromi Maria Sasaki
Responsabile del Centro del Dharma del Brasile
Ho un figlio che sta entrando nell’adolescenza. Un giorno avevo fretta e gli chiesi di aiutarmi con alcune faccende di casa. Gli dissi: «Avrei davvero bisogno che facessi questa cosa adesso, per favore», ma in quel momento era completamente assorto in un videogioco.
Mi rispose con irritazione: «Ma adesso non posso smettere!» Mi sentii subito frustrata e replicai bruscamente: «Non fai altro che giocare!» In poco tempo ci ritrovammo a litigare.
Ripensando a quanto era accaduto, mi resi conto che la causa della mia sofferenza non era il comportamento di mio figlio in sé. Era piuttosto il mio attaccamento al desiderio che le cose andassero come volevo io: desideravo che mi aiutasse immediatamente e che facesse ciò che io, come madre, gli avevo detto di fare. Fu proprio questo attaccamento a far sorgere in me frustrazione e rabbia.
In realtà, poco tempo prima avevo dimenticato che mio figlio mi aveva chiesto di rammendargli il suo paio di pantaloni preferito. Qualche giorno dopo mi domandò: «Mamma, hai finito i pantaloni?» Gli risposi: «Accidenti, me ne sono dimenticata. Scusami.»
Ripensando a quel momento, mi resi conto che, mentre non volevo che le mie richieste venissero rimandate, io stessa avevo rimandato l’unica cosa che mio figlio mi aveva chiesto di fare. Compresi allora che il suo comportamento, cioè il fatto di non aiutarmi immediatamente, che tanto mi aveva irritata, era in realtà un riflesso del mio stesso comportamento.
Mi resi conto anche che, sebbene mio figlio mi aiuti regolarmente nelle faccende di casa e mi sostenga in molti modi, avevo cominciato a dare per scontato il suo aiuto e non gli avevo espresso abbastanza gratitudine.
Grazie a questa nuova consapevolezza, cambiai il modo in cui gli chiedevo aiuto. Invece di aspettarmi che rispondesse immediatamente, cominciai a tenere conto dei suoi tempi e a dirgli: «Avrei bisogno che mi aiutassi con una cosa. Quando potresti farlo?» Così lui cominciò a rispondermi senza irritarsi. E anch’io smisi di trascorrere il resto della giornata portandomi dentro frustrazione e risentimento.
Attraverso questa esperienza ho imparato quanto sia importante riflettere sul proprio cuore, invece di cercare fuori di sé la causa della propria sofferenza. Grazie alla relazione con mio figlio, sono arrivata a comprendere che la causa della mia sofferenza si trova nei miei stessi attaccamenti: questa è la Verità della Causa.
Questa consapevolezza ha reso le nostre giornate più serene e tranquille. Prima di cercare di cambiare gli altri, desidero ricordare sempre quanto sia importante, prima di tutto, accordare il mio cuore al Dharma.
Nel mio impegno a praticare il Dharma qui e ora, accoglierò tutto ciò che mi accade come un’occasione di apprendimento donata dal Buddha e coltiverò la mia Natura di Buddha affrontando con sincerità ogni avvenimento e ogni incontro. Grazie di cuore.